Francesco Germinario, Antisemitismo e negazionismo nella pubblicistica della destra radicale italiana, in «Il presente e la storia», IV n. 47, Giugno 1995, pp. 11-42.
1. Nella seconda metà degli anni Ottanta non si è registrata alcuna ricerca approfondita sul dibattito in atto nella destra radicale italiana. Passata la positiva fiammata d’interesse, culminata col convegno di Cuneo e nella pubblicazione della ricerca di Ferraresi e Revelli[1], una coltre di disinteresse – ad esclusione di qualche sparuto contributo abbastanza ripetitivo[2] – si è distesa su tutta l’area della destra radicale.
Probabilmente il disinteresse degli studiosi è provocato dal fatto che allo stato attuale il radicalismo di destra – pur con qualche eccezione su cui torneremo – è contrassegnato da una scarsa capacità di elaborazione teorico-politica. Rispetto agli anni dei dibattiti sulla strategia metapolitica, sul “gramscismo di destra” o dei convegni nazionali aperti a intellettuali e studiosi di una certa fama[3], pare indubbio che a destra si respira aria di una certa ripetitività, di ritorno ai grandi miti, momenti e figure che hanno contrassegnato la storia della cultura della destra del nostro secolo, dall’interventismo al fascismo sansepolcrista, da Codreanu ed Evola alla Konservative Revolution e al cospirazionismo dei Protocolli degli anziani Savi di Sion. Si tratta indubbiamente di un’aria culturale che contrasta con i proclamati piani revisionisti e innovatori della fine degli anni Settanta.
